PHELAN BLACK - ARTIST

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Phelan Black – Per la Mostra a Rimini - traduzione di Caterina Bonaccorsi

Or va, ch’un sol volere e d’ambedue
Tu duca, tu signore e tu maestro
Cosi gli disse; e poi che mosso fue
Intrai per lo cammino alto e silvestro

La donna si perde nelle acque, si perde nel sonno, sogna di andare alla deriva, nella fantasia, ora invece è in un luogo e in un momento evocati deliberatamente. L’umano e il mito si strusciano l’uno contro il dorso dell’altro, si soprappongono, sostituendosi l’uno all’altro, in una sorta di carica segreta e nascosta. Nel frattempo un cane abbaia, terrorizzato da una presenza indistinta, tre sorelle rocciose cospirano nel mare. E’ Perseo, è il nostro pittore, Phelan Black. Talvolta Perseo assume la forma di cane, di un cane differente, un cane che abbaia a una roccia ingannevole nella quale si sono stupidamente trasformate le tre graie, le tre anziane donne con un solo occhio buono. Pertanto quel momento e quel luogo preciso sono illuminati dal mito, l’evocazione di qualcosa di ideale e senza tempo. Le figure mitiche vengono portate in vita attraverso gli effetti estranianti di una natura profondamente vissuta. E il nostro protagonista di oggi è dunque parte di un mondo mitico eterno, ma al contempo ne è messo da parte con una sorta di tragica ironia.

Phelan Black ci mostra un mondo dove l’emozione umana deriva ed è accresciuta dallo scambio con la natura; e la natura stessa è chiaramente percepibile solo grazie all’intensità del sentimento che è messo in risalto. Un mondo dove l’uomo è testimone sordo verso i suoi sentimenti, scritti in una tempesta sul mare, che esalta i sensi e li ripone nel loro spazio. O li lascia prendere il loro posto, un posto molto preciso che è creato dal sentimento. Il luogo si materializza, così come le sensazioni vengono trasportate a riva, il lampo esplode, il vulcano erutta. Il luogo stesso diventa vero attraverso lo scambio tra natura ed emozione, passato e presente, procedendo come un lampo lungo i fili conduttori delle sensazioni per accendere il paesaggio in fiamme.

Non c’è l’Arcadia felice con pastori e contadini bucolici. L’impeto della gelosia non è mai troppo lontano. La forza della marea e le profondità della caverna spazzano ciò che si attua al loro interno, sotto di loro e lontano da loro. Accoppiamento (non nel senso inteso da TS Eliot di “birth copulation and death”) e amore, paesaggio e natura ed emozione umana. Gli amanti, talvolta pallidamente eterei e altre estremamente umani, sono osservati da una civetta veggente, i cui occhi brillano in una sorta di oltraggio possessivo e invisibile

Ancora e ancora i dipinti ritraggono in primo piano figure adagiate nella parte inferiore della tela, parallele al piano dell’opera, al margine della tela stessa – uomo e donna, amanti, testimoni, figure in apparenza condivise. Ma mentre la donna è intensamente evocata, l’uomo fugge via in modo evasivo, non è costretto a restare, parte in un volo geloso insieme alla civetta o attraversa come un profeta il cielo in tempesta; il suo ego è come uno schizzo nel mondo in subbuglio.

La natura consente ai sentimenti di esistere, le figure sentono ciò che vedono; si verifica uno scambio dialogico. Talvolta, come in “Primavera a Montecastello”, la natura è sia benedetta che benedicente, come l’immagine di un fiume fiorito, con l’Etna e la più benigna delle civette. E qui una testa di nuvole, una testa che diventa nuvola, una testa nelle nuvole; qui l’unione tra la natura e l’esperienza umana è totale e impressa quasi letteralmente

E poi ci sono animali e uccelli. Gli animali sono spesso presenti e guardano da lontano, sono testimoni, giudici muti o osservatori, ora indifferenti e ora coinvolti nei drammi che essi stessi contribuiscono a creare, quei drammi dell’individuo, tutti troppo umani. In modo ricorrente, i dipinti mostrano una figura disegnata con precisione – un uccello in volo, un gabbiano, acuto osservatore - che si staglia contro un dramma umano in divenire. Gli animali sono, a volte, sordi testimoni mentre altre sono più preveggenti delle donne e degli uomini ai quali sono legati in modo oscuro.

Un gabbiano leva il suo piccolo occhio lucente, elemento in primo piano, verso gli amanti che fanno l’amore, un amore trasformato in pietra simile a un’opera spiaggiata di Henry Moore (così eterno come solo l’arte può essere); e mentre le montagne appaiono in una visione fugace della costa settentrionale africana, il paesaggio tra le , montagne e le figure corre veloce come un treno: gli effetti della natura rendono le persone e i luoghi singolari ed ognuno di essi compenetra l’altro, ma a tutto questo scambio quasi mistico, il gabbiano leva semplicemente il suo piccolo occhio lucente

Talvolta e in modo intrigante, il rapporto tra esperienza umana e natura è disegnato in modo meno distinto, e qui vediamo l’artista al lavoro. In “Da Ravenna a Catania” è tutto nel mare. L’Etna erutta, gli amanti si baciano, un mare di tessuto d’oro. Un leggero velo di nebbia separa delicatamente, ma contemporaneamente mette in relazione i due mondi della passione e della natura; qui l’uno non vede l’altro; gli amanti non pensano a loro stessi, né riflettono su quanto accade intorno a loro . La superficie del mare, quel fluttuante broccato ricamato, mostra pesci dorati che affiorano alla ricerca di aria. L’esplosione dell’Etna è velata dalla presenza degli amanti – non evocata da loro. Il dramma umano e quello naturale non hanno più bisogno l’uno dell’altro, né si producono a vicenda, ma sono legati dalla più leggera, inconsistente foschia. Qui il pittore è al lavoro: questo è il lavoro del pittore : il mare meraviglioso in movimento come mosso da tanti insetti.

Un paesaggio con i fiori che giocosamente danzano in superficie, mentre, ardente nella profondità della caverna, la roccia mortalmente fusa. Nient’altro che questo deperirà. Queste le perle che furono i suoi occhi. Ascolta ora, le sentiamo, din don.